Come saprete, dal primo gennaio 2011 sono decorsi i termini legislativi relativi alla valutazione da rischio stress lavoro-correlato: tutte le aziende dovranno quindi integrare il loro DVR con la relativa analisi.
A prescindere da ciò che penso personalmente della modalità di ricezione italiana rispetto all'accordo europeo del 2004 (compresi alcuni pensieri riguardanti la diatriba sul riconoscimento degli psicologi e medici come figure chiave all'interno del processo di valutazione), sono andato a rileggere l'obiettivo originario dell'accordo: esso ha lo scopo di "migliorare la consapevolezza e la comprensione dello stress da lavoro da parte dei datori di lavoro, dei lavoratori e dei loro rappresentanti, attirando la loro attenzione sui sintomi che possono indicare l’insorgenza dei problemi di stress da lavoro".
Il processo verso il raggiungimento dell'obiettivo è indubbiamente partito e, indipendentemente da quanti anni saranno richiesti perchè il tessuto imprenditoriale italiano assimili davvero le conseguenze e le ragioni che hanno partorito la decisione, possiamo dire che una partita è stata aperta e i giocatori hanno iniziato a partecipare.
Ora che siamo costretti a parlarne, siamo di fronte ad una serie di interessanti opportunità: vorrei però soffermarmi su due di cui non si parla molto spesso.
Da un lato, l'opportunità per le aziende di avere un mercato in fermento che crea nuove offerte commerciali e metodologiche nell'ambito dei servizi per le risorse umane: le aziende, anche quelle piccole, potranno avere molta più capacità di scelta e, alcune sicuramente per la prima volta, opteranno per un servizio di analisi del proprio organismo aziendale ad un prezzo finalmente accessibile, impensabile fino a poco tempo fa.
Dall'altro, l'opportunità per gli psicologi di ripresentare la propria figura alle imprese italiane, anche quelle medio-piccole. Nelle aziende che conosco, appena si nomina lo "psicologo del lavoro", di solito è l'inizio di giudizi tra l'ironico e il basito, comunque uniti sull'inutilità di tale figura. E' forse l'occasione di parlare di costi (che poi è la ragione madre dell'accordo europeo) e di efficienza: quanto costa un lavoratore stressato ? e un lavoratore demotivato ? quant'è il ROI di un intervento sulle risorse umane? E' stato campionato ? Lo si può indicare e dimostrare ? C'è stata la valutazione della ricaduta sul lavoro e dei relativi indicatori economici o produttivi ? E' stato chiaramente mostrato all'azienda un semplice schema ?
E' forse anche l'occasione di chiedersi come gli psicologi si presentano alle imprese e che cosa propongono e se tutto questo possa essere migliorato: a nessuna persona piace andare dallo psicologo (poco importa se "del lavoro") e men che meno dirlo agli altri. Non può essere diverso per le imprese, che di persone sono fatte, soprattutto quando sono le imprese che non capisco, forse perchè non gli è stato spiegato, cosa può fare uno psicologo del lavoro.
Forse, alcuni psicologi potrebbero diminuire il lamento verso un'ordine che non li rappresenta abbastanza o abbastanza bene, limitare il ricondurre tutto ai soliti "4 psico-nonni massonici" asserragliati contro i giovani e pensare a come concretizzare le loro competenze in servizi misurabili, prezzabili e vendibili senza che questo venga considerato dagli addetti ai lavori un mero mercimonio.